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In tour alla scoperta della Corsica

tour alla scoperta della Corsica

La Corsica è un’isola molto vicina alle coste italiane e condivide con la Sardegna il clima, la natura incontaminata, il mare cristallino. Sono state queste le motivazioni che mi hanno fatto scegliere proprio la Corsica, con partenza a fine maggio: il caldo eccessivo continua a non piacermi, con buona pace di tutti i vacanzieri estivi. Da Livorno a Bastia sono circa 4 ore e mezza di viaggio in traghetto, il mezzo migliore per arrivare sull’isola se si intende avere a disposizione un’auto rinunciando alle offerte a noleggio.

Soggiorno a Bastia

So che molti appassionati di viaggi hanno seguito la strada costiera della Corsica per poterne apprezzare tutte le bellezze. Anche qui mi differenzio dalla massa, con i miei compagni di viaggio abbiamo preferito restringere le mete, fermandoci nella zona a est dell’isola. Questo ci ha permesso di ammirare al meglio tutte le bellezze, compresi i borghi più belli. Bastia è tra questi, di fatto una piccola città affacciata su uno splendido golfo. Il Porto vecchio è tra le attrazioni di Bastia, dove sembra che il tempo si sia fermato a 50-70 anni fa, con il bucato steso ad asciugare alle finestre e le barche dei pescatori rientrate all’alba. Un paio di giorni a Bastia sono d’obbligo, per riuscire a visitare le varie chiese, il Palazzo dei Governatori e la Cattedrale Lucciana con l’incredibile parco archeologico nei suoi dintorni.

L’itinerario

Per capire meglio cosa ho visto della Corsica è importante considerare l’itinerario che abbiamo seguito. Sto parlando di circa una settimana in Corsica, in piena primavera, quindi la stagione migliore. Giornate lunghe, temperatura perfetta, poca folla in qualsiasi zona, anche dove si trovano le migliori e più belle spiagge della Corsica. Sono molti gli italiani che snobbano la primavera, spesso a causa del fatto che l’azienda in cui lavorano chiude in agosto, o perché viaggiano con i figli al seguito. In entrambi i casi però una settimana in maggio, o a inizio giugno, non è così difficile da organizzare. Venendo all’itinerario, è stato abbastanza semplice: 2 giorni a Bastia, 3 giorni ad Aleria e 3 giorni a Porto Vecchio. Gli spostamenti hanno ovviamente favorito le gite di un giorno.

Aleria

Rispetto a Bastia Aleria è un piccolo borgo, arroccato su una minuscola collina. Offre però numerose attrattive; prima di tutto tra Bastia ed Aleria si possono ammirare numerosi piccoli paesini e una natura selvaggia, con la macchia mediterranea che la fa da padrone. Consiglio di fermarsi a pranzo nella zona di Moriani. Aleria è un borgo di origine greca; oggi i resti di quest’epoca, e anche quelli di origine preromana, sono presenti nel museo archeologico del Forte di Matra, assolutamente da visitare. Da vedere anche Santa Laurina, una costruzione in mattoni e pietra, occupato un tempo dalle terme romane.

Porto Vecchio

Questo è un altro dei borghi più grandi della Corsica, assolutamente da visitare. Lungo la costa a nord della cittadina le colline si avvicinano al mare, creando un paesaggio quasi lunare; una passeggiata nella macchia mediterranea è d’obbligo. Porto Vecchio è uno dei centri turistici della Corsica, per fortuna a maggio ci sono turisti, ma non in numero tanto elevato da poterci preoccupare.

Come ho reso la mia casa autosufficiente

casa autosufficiente

Circa cinque anni fa, mentre stavamo pranzando, discutevo con mio marito, stavamo polemizzando sulle varie bollette ed eravamo stanchi di pagare cifre sempre più alte per le utenze di casa. Ricordavo com’era più facile ai tempi dei miei nonni, dove tutto era più semplice, più pulito e su come adesso sia tutto troppo complicato e inquinato.

In quel periodo alla televisione e sui giornali continuavano a passare notizie su come risparmiare tramite pannelli solari e il sistema solare termodinamico, e rendere la casa autosufficiente , incuriosita e dopo averne nuovamente discusso con mio marito, sono riuscita a convincerlo ad informarci.

Ci siamo recati presso un’azienda poco distante da noi, esperta in questi lavori, chiedendoci quali fossero i costi, i vantaggi, gli svantaggi, il tutto perfettamente spiegato da personale paziente e professionale, proponendoci anche altre possibilità come il recupero delle acque piovane e un impianto geotermico.

Detto con parole povere, è come un frigorifero al contrario, mentre il frigo espelle il caldo dall’interno, i pannelli accumulano il calore, lo portano a un accumulatore e viene convertito in energia elettrica, almeno io l’ho capita così, mio marito era molto più attento di me.

Alla fine ci siamo convinti, decidendo per l’energia elettrica di acquistare otto pannelli solari, che secondo il loro conteggio avrebbero coperto il nostro consumo d’energia, essendo una casa di dimensioni medie e solo io e mio marito come inquilini, ci ha consigliato di prenderli in silicio monocristallino, materiale adatto alle nostre esigenze.

Oltre ai pannelli ci siamo dotati anche di un accumulatore di calore, utili per l’accumulo di energia rinnovabile, in modo da eliminare ulteriormente il legame col gestore, quest’accumulatore, quindi immagazzina l’energia non usata, riutilizzabile in caso di bisogno.

Proprio grazie al fatto che possediamo una casa indipendente e con terreno annesso, abbiamo anche acquistato un sistema geotermico, in pratica il recupero di calore dal sottosuolo, tubature che portano il riscaldamento in casa, riducendo in tal modo l’uso della caldaia, in questo caso ci hanno consigliato tubature in polietilene, aggiungendo una pompa di calore e un accumulatore.

Abbiamo anche cambiato i caloriferi inserendo al loro posto dei ventilconvettori, apparecchi che usano acqua e aria, Così facendo potevamo avere il riscaldamento d’inverno e una casa fresca d’estate.

Alla fine ci siamo domandati se potessimo recuperare anche l’acqua piovana, tecnica che molti anni indietro era eseguita da mio nonno per bagnare le piante e abbeverare il bestiame.

Una volta informati, abbiamo acquistato un paio di cisterne interrate, una per uso d’irrigazione e l’altra per l’uso domestico, in modo da poter usufruire al massimo dell’acqua accumulata.

Ci hanno spiegato che grazie alle cisterne e all’accumulo, avremmo potuto ridurre la bolletta dell’acqua e che avendo una durezza inferiore al trenta percento di quella normalmente usata, gli elettrodomestici avrebbero avuto più durata.

Certo l’acquisto e l’installazione di tutto non è costato poco, ci hanno messo circa un paio di mesi, all’inizio non ci si accorge del vantaggio apportato, ma dopo cinque anni posso garantirvi che c’è, non solo per le tasche ma anche per la pulizia dell’ambiente e la salvaguardia del mondo.

Usufruendo d’incentivi e aiuti statali e regionali, siamo riusciti ad ammortizzare le spese, adesso dopo qualche anno, paghiamo veramente poco, quasi il novanta percento meno, quindi vi consiglio di fare qualche sacrificio, ma ne varrà la pena.

Io faccio così per pulire il parquet

pulire il parquet

Quando abbiamo acquistato il nostro appartamento, una delle caratteristiche che ci ha subito colpiti ed attratti è stato il rivestimento in parquet nella camera da letto. Il pavimento in legno conferiva un’atmosfera calda e confortevole e ci ha fatto sentire subito “a casa”.
Anche ora, a distanza di anni, adoro la sensazione che avvolge la pianta dei miei piedi quando mi aggiro liberamente nella zona notte senza scarpe o ciabatte.
Trattandosi della mia prima esperienza con questo tipo dii materiale, prima di trasferirmi, ho fatto delle ricerche per comprendere come conservare il parquet nel migliore dei modi.

Pulire il parquet

Un’operazione fondamentale per conservare i pavimenti in legno in condizioni ottimali è quella di effettuare una pulizia accurata ma delicata al tempo stesso.
Per pulire il parquet quotidianamente è sufficiente passare un panno elettrostatico, in commercio ne esistono di molti tipi, misure, consistenze e prezzi, per togliere lo strato di polvere che vi si deposita. Se avete il tempo per farlo vi consiglio anche un passaggio con l’aspirapolvere, ma fate attenzione ad utilizzare una spazzola adatta per non graffiarlo o rovinarlo.
Infine per pulire il parquet quando vi pare che abbia bisogno di una pulizia aggiuntiva potete lavarlo con un panno ben strizzato e prodotti per pulire il parquet specifici. Una buona alternativa ecologica ed economica è l’utilizzo di acqua e aceto, sempre prestando molta attenzione e strizzando con energia il panno prima di utilizzarlo, avendo poi l’accortezza di arieggiare bene i locali.

Un piccolo incidete con il vino rosso

Come già detto, nel nostro appartamento, il parquet si trova nelle camere da letto dove è relativamente “protetto” dai liquidi. Il legno infatti tende ad impregnarsi delle sostanze liquide e ad assorbirle quindi se dovessero rovesciarvisi sostanze come acqua, latte o altre potrebbero esserci dei problemi.
Ricordo ancora una sera in cui una sorpresa si è trasformata in una possibile tragedia!
Era S.Valentino e mio marito voleva organizzare una serata romantica. Ha organizzato tutto nei minimi particolari, ha accompagnato i bambini dai nonni, ha prenotato una cena speciale in un ristorante molto grazioso, mi ha portato in riva al lago a guardare le stelle e, una volta rientrati mi ha fatto trovare una bottiglia di vino rosso pregiato, con due calici sul comodino. Nell’aprirla però si è verificato un imprevisto e buona parte del liquido si è rovesciata sul pavimento e mentre lui si prodigava in scuse, sentivo già gli ingranaggi del mio cervello che lavoravano per capire come pulire il parquet e rimuovere le macchie di vino senza lasciare tracce.

Feci uno scatto degno di un maratoneta e mi precipitai giù per le scale al piano di sotto, rischiando di rompermi l’osso del collo, per recuperare il rotolo di carta casa dalla cucina, poi, ancora con il fiatone, tamponai la superficie con cura fino ad eliminare ogni traccia di liquido lasciando mio marito perplesso e deluso.
Cercai di recuperare la calma, certamente si è trattato di un incidente e non di un gesto voluto ma la mia priorità in quel momento era rimuovere le macchie di vino dal parquet! Ma le sorprese non erano finite. La mattina successiva con la luce naturale, mi accorsi che erano rimaste delle macchie. Dopo un’accurata ricerca in rete ho elaborato il mio piano d’azione ed ha funzionato! Dapprima ho passato un panno umido imbevuto di una soluzione di acqua e sapone liquido e neutro per rimuovere le macchie. Ho provveduto poi ad asciugare con cura la zona interessata. Ho passato l’aspirapolvere e pulito tutta la superficie con prodotti per pulire il parquet, e per concludere ho passato una cera specifica per lucidarlo e rafforzare l’azione impermeabilizzante e di protezione della patina già esistente.
Insomma come dice il detto tutto è bene ciò che finisce bene!

Piccoli accorgimenti

Oltre alla pulizia periodica ma delicata è importante attuare piccole regole quotidiane per non rovinare il parquet. Non utilizzate, ove possibile, scarpe ma indossate calze antiscivolo o pantofole morbide, in alternativa sono molto utili le classiche “patine” come quelle che utilizzava mia nonna quando incerava il pavimento del salotto. Arieggiate spesso e non versate liquidi direttamente sul legno. Se dovete spostare mobili o oggetti come lampade o contenitori, non fateli strisciare ma sollevateli e riuscirete a conservare il vostro pavimento lucido e splendente per moltissimo tempo.

Cerco quindi di riepilogare brevemente questi miei consigli. Passate quotidianamente il panno elettrostatico o l’aspirapolvere dotata della spazzola specifica per questo tipo dio pavimento. Lavate sempre con un panno ben strizzato ed utilizzate solo prodotti per pulire il parquet, scegliete quello che preferite e se acquistate un prodotto nuovo vi consiglio di testarlo prima in una piccola area in una zona nascosta per verificare che sia di qualità e non crei danni. Per rimuovere le macchie di vino rosso, asciugate immediatamente con della carta assorbente, pulite poi con un panno imbevuto di una miscela di acqua e sapone di Marsiglia o neutro liquido e accuratamente strizzato. Asciugate ed infine procedete con l’aspirapolvere e la pulizia abituale. Come diceva una vecchia pubblicità, provare per credere!

Nuove mete 2020: dove andare e come risparmiare

Le migliori nuove mete 2020

Si avvicina sempre di più l’estate e come ogni anno ci si organizza per scegliere la meta migliore per andare in vacanza.
Ogni mio viaggio è sempre stato studiato in modo da essere il più economico possibile pur non rinunciando al piacere della vacanza, per esempio evitando bollini autostradali, scegliendo alloggi economici ma confortevoli e cercando possibilmente voli low cost.
È proprio per questo che posso aiutarti a passare una vacanza da sogno senza rinunciare al risparmio.

Le migliori nuove mete 2020

Tra le nuove mete del 2020 non posso che proporre la Croazia, che si trova a circa 30 km da Trieste, dalla parte opposta dell’Adriatico, un luogo magnifico ed imperdibile in cui passo spesso le mie vacanze, negli ultimi tempi è infatti una delle destinazioni più gettonata ed apprezzate.

Un consiglio che posso dare per risparmiare è quello di alloggiare in appartamenti privati che sono decisamente meno costosi rispetto agli hotel.
In questo magnifico luogo ci sono posti splendidi da visitare tra laghi, parchi naturali, montagne e spiagge con mare limpido e cristallino.

La prima città che ho voluto assolutamente visitare fin da subito è la capitale Zagabria, dove ho potuto apprezzare l’ospitalità degli abitanti, le loro usanze ed il buon cibo.
Non puoi inoltre perdere il Plitvice National Park, sito Patrimonio dell’UNESCO, un enorme parco in cui poter godere della flora e fauna locale.

Ci sono così tanti posti da vedere che avrai l’imbarazzo della scelta, come la bellissima Istria, le spiagge da sogno, moltissime opere suggestive e parchi stupendi.
Davvero tutto da non perdere!

Scopri come andare in Croazia senza pagare il bollino sloveno
Se partirai dal nord Italia sarà ovviamente più conveniente viaggiare in auto, mentre se ti troverai più lontano sarà meglio usare il traghetto, il treno o l’aereo in base alle tariffe e promozioni più convenienti del momento.

Se sceglierai di viaggiare in auto, come ho fatto io, è importante che tu sappia che per guidare sulle autostrade slovene è necessario pagare un bollino che può arrivare per le auto anche fino ai 110 € annui, 30 € mensili o 15 € settimanali.

Per recarsi in Croazia senza pagare il bollino sloveno, uno dei primi accorgimenti da seguire è sicuramente evitare la tangenziale che porta a Koper/Capodistria seguendo tutti i cartelli gialli che indicano le strade normali, tenendo Skofije e Bertoki/Bertocchi come punti di riferimento.
Fai attenzione quindi a non seguire i cartelli verdi e azzurri che ti porteranno sicuramente dritto in autostrada dove poi dovrai per forza pagare il bollino, per maggiori info leggi questo altro articolo da me selezionato che spiega molto bene come non pagare il bollino stradale https://www.inguaribileviaggiatore.it/andare-in-croazia-senza-pagare-il-bollino-sloveno/

Tra le nuove mete 2020 però c’è anche l’Uzbekistan. Dal nome può sembrare un luogo non del tutto adatto per trascorrere le vacanze, ma posso assicurare che in realtà non è così, infatti questo luogo meraviglioso è pieno di ricchezze e attrattive culturali.

In Uzbekistan si trova la città di Samarcanda, dichiarata Patrimonio dell’UNESCO e definita La Roma dell’est da molti poeti.
Samarcanda si trova lungo la via della seta, famosissima per i grandi mercati d’Oriente che trasportavano i tessuti verso l’Europa. Questo fantastico luogo è anche ricco di città storiche e artistiche e parchi nazionali.

Dal punto di vista economico alloggiare qui è un vero affare, ma consiglio di farti ospitare almeno un giorno dalle famiglie del posto, che mi hanno offerto il loro cibo e aiutato ad ambientarmi, e sebbene non sia il luogo più ambito per le vacanze, sono stato piacevolmente sorpreso da questa esperienza nuova.

Un’altra cosa che ho notato immediatamente è la varietà di etnie che convivono insieme e pacificamente, infatti aver trascorso del tempo in questo paese mi ha arricchito, facendomi conoscere una realtà dove etnie e religioni diverse convivono tra di loro nonostante la povertà, affrontando le difficoltà della vita senza distinzioni.

È sicuramente un luogo diverso da tutte le altre mete per le vacanze, ed è stato proprio questo a rendere la mia esperienza speciale e indimenticabile.

Vi racconto la mia prima giornata di pesca con mio figlio

giornata di pesca

Era la seconda domenica di aprile e ricordo che sole fece capolino verso le sette nella stanza di mio figlio quando lo andai a svegliare.
Come ogni mattina non fu un’impresa facile farlo uscire dal suo letargo, ma mi bastò presentarmi con la canna da pesca in mano per farlo sobbalzare dal letto ancora inebetito urlando
“Si va a pescare, finalmente si va a pescare”.
Dieci minuti dopo eravamo già sul furgone, non riuscì nemmeno a fargli fare colazione tanto era l’eccitazione ed una volta arrivati al lago lo vidi aprire la portiera in fretta e furia e correre subito verso la riva.
“Marco aspetta, non allontanarti”
urlai, e lui si voltò verso di me indicandomi di correre e portare subito l’attrezzatura occorrente come se avessimo un tempo da rispettare. Niente mi poteva far più felice che vederlo entusiasta e vivo. Quel momento per lui era semplice svago mentre per me era vera e propria terapia antidepressiva.
“Papà io mi siedo su questo sasso e mentre prepari le esche controllo se ci sono pesci”.
Fu subito lui a prendere le redini della situazione e ad improvvisarsi capo supremo di brigata, nonostante fosse il suo primo giorno di pesca. Io lo assecondai preparando tutto e sedendomi dietro di lui per aiutarlo a tenere tesa la canna da pesca.
“Se pesco un pesce lo porto io a mamma e questa sera lo mangiamo, tanto ho già imparato”. Io sorrisi e gli dissi di stare attento perchè la pesca era una sintesi di silenzio e tecnica. Da quel momento non parlò più e quando io gli chiesi
“Marco hai freddo?”
mi rispose
“Shhh altrimenti non abboccano”.
Appena mi rilassai contemplando la sua nuca e annusando il profumo dei suoi capelli vidi il galleggiante andare sott’acqua e Marco urlare
“L’abbiamo preso, tira forte papà”.
Gli risposi che quello era solo il primo atto e che da lì a qualche minuto avremmo dovuto ingaggiare un vero e proprio duello con il pesce.
Lui si fece serio ed iniziò a seguire ogni mio movimento in modo diligente. Io avrei voluto che quel momento durasse in eterno perchè lavoravamo all’unisono io e mio figlio e avrei voluto che ci fosse qualcuno a fotografarci o anche solo a vederci.
Esattamente tre minuti dopo riuscimmo ad averla vinta e portammo a riva una carpa di grosse dimensioni.
“Marco ce l’hai fatta”
urlai e lui saltellando si avvinghiò al pesce senza alcuna remora e lo portò verso di me dicendomi
“Sono un pescatore come te papà !”.
In quel momento misi il pesce nella cesta, ma avrei voluto tanto abbracciarlo per dirgli che probabilmente sarebbe diventato molto più bravo di me, avrei voluto fargli tutti quei complimenti di cui ero stato privato io durante tutta la mia infanzia. Ero convinto che dare qualcosa a mio figlio potesse compensare in parte la mancanza di affetto che provai io da bambino.
Dopo la nostra prima facile e veloce vittoria nei confronti del lago subimmo quattro ore di miserabili sconfitte durante le quali non mancarono però le chiacchere e i giochi con i sassi in acqua. Marco si appoggiò ripetutamente a me per entrare con i piedi nel lago per paura di scivolare ed il suo contatto, le sue risa, il primo sole primaverile ed il vento caldo formarono sin da subito un connubio di armonia e tranquillità che non avrei mai più voluto abbandonare. In poche parole non fui mai così vicino al paradiso come in quel giorno, tutto raggiunse in poco tempo un livello di perfezione mai vissuto prima.
Fu’ l’oscurità a sorprenderci e ad indicarci il momento per tornare al furgone. Anche i momenti migliori devono finire prima o poi, pensai in quell’istante, con la consapevolezza però che avrei potuto rivivere tale sensazione la domenica successiva e quella ancora dopo volendo.
“Papà porto io il pesce alla mamma e Domenica mi piacerebbe tornare ancora”
disse Marco.
Io gli risposi sorridendo che se avesse fatto il bravo forse lo avrei portato nuovamente a pescare con me. Non dargli la certezza era un retaggio del mio passato, ma in cuor mio avrei voluto dirgli che nulla mi avrebbe fatto più piacere che trascorrere un’altra domenica con lui, un’altra Domenica insieme, un’altra domenica al lago da soli a guardarlo crescere e a guardarmi rinascere.

Il nostro weekend in una SPA di lusso

weekend in una SPA di lusso

Credevo che fosse un’esperienza delle favole, quella di entrare in un castello e sentirmi una principessa. E invece, quando F. mi ha mostrato i biglietti per il nostro weekend in una SPA di lusso ho creduto di impazzire di gioia. Non era il solito luogo ricco di saune, bagni turchi, idromassaggio e relax. Era molto di più. Erano due giorni tutti nostri in un meraviglioso castello del ‘600.

Non avevo idea di cosa potesse significare un intero weekend in una SPA prima di questo fantastico regalo. Ero solita andare per le canoniche due ore, senza preoccuparmi mai della struttura esterna, di cosa ci fosse intorno. In fondo, quel che conta sono i trattamenti, pensavo.

E invece, nel momento in cui ho realizzato di mettere piede in una dimora storica di incredibile bellezza, ho capito che una spa può esser molto di più di un agglomerato di aree destinate alla salute di corpo e mente.
Può essere un luogo magico dove sentire che tutto può succedere tra le bolle d’acqua calda che ti avvolgono e il vapore delle saune che ti sfiora.

L’esperienza luxury del weekend in una SPA incantevole

Accedere ai servizi di un centro benessere di lusso significa inebriarsi di qualcosa che sembra appartenere solo ai più fortunati della terra. Eppure, in quel posto e in quel momento c’ero io e la persona che amavo. E quegli odori, quei profumi e quella perfezione che ci circondava erano esattamente lì per noi.

Tolto l’accappatoio morbido e con le iniziali dell’hotel ricamate, ci immergemmo nella vasca idromassaggio costellata da piccole candele profumate. In fondo, la spa era tutta così: illuminata da piccole delight la cui luce rifletteva le pareti della cava in pietra naturale dalla quale era stata ricavata.

A bordo vasca ci avevano consegnato due calici di champagne e della frutta fresca, da un personale di servizio che sembrava avesse imparato il protocollo direttamente a Buckingham Palace. Persino l’acqua sembrava avere un aspetto diverso e migliorato rispetto ai centri benessere che conoscevo.

Il bamboo massage del weekend in una SPA tutta da scoprire

Mentre parlavamo di noi e di quanto fossimo felici di essere insieme in quel momento, il mio compagno mi disse che il pacchetto che aveva acquistato comprendeva diversi trattamenti. Non avremmo avuto solo l’accesso illimitato all’intera struttura come: sanune, docce emozionali, percorsi kneipp e quant’altro, ma avremmo goduto di un bamboo massage di coppia, in una stanza tutta per noi. Non ne avevo mai sentito parlare, ero eccitata e incuriosita insieme.

Giunti sul posto, a pochi metri dall’area idromassaggio, una tenda faceva da separé decorativo tra la parte antistante open space e lo spazio interno della zona massaggio.

Scorsi le tende su suggerimento del personale di servizio, che si trovava già al di là della soglia ad aspettarci e quel che vidi fu meraviglioso. Più che un semplice weekend in una SPA stavo vivendo un sogno. Ogni angolo di quella stanza emanava profumi speziati, agrodolci e agrumati, e una musica in sottofondo si fondeva con l’ambiente come se fosse nata apposta per lui. Nella parete antistante ai lettini dove ci accingevamo a sdraiarci, una varietà di olii essenziali ci dava il benvenuto insieme alle massaggiatrici, e dentro questo quadro di bellezza inverosimile ci posizionammo per iniziare.

Con gli occhi chiusi non avevo idea di cosa facesse il personale sul mio corpo, ma la sensazione di quelle mani addosso e del bambù sulla mia pelle avrei voluto non finisse mai. In uno spazio di soli 45 minuti sentimmo tutta la loro esperienza.

Il benessere figlio di un’altra epoca nel mio weekend in una SPA dentro un castello

Le ore scorrevano e noi non sapevamo com’era il paradiso, ma ci stavamo facendo un’idea di come poteva essere fatto. Scrutando la struttura del centro benessere mi rendevo conto di quanti dettagli fossero curati, dal più piccolo al più importante. Dalla brochure dei trattamenti agli accessori della SPA, tutto era intonato allo stile aulico di un benessere figlio di un’altra epoca.

Avevo ricevuto un regalo incredibile: avevo conosciuto lo sfarzo e la ricchezza e mi ero resa conto che, anche se per due giorni, potevo farne parte anch’io. Fu un’esperienza che non dimenticherò mai. Uscimmo da lì rigenerati nel corpo e nello spirito. E ancora adesso, tutte le volte che possiamo, torniamo in quel castello per riprenderci quello che abbiamo lasciato sul posto: un frammento tangibile della nostra anelata felicità.

Vi racconto il mio parto prematuro

Parto prematuro

La mia storia di parto prematuro inizia così…

Era il 27/01/2019, una serena domenica mattina. La mia gravidanza procedeva per il meglio, alla strutturale si era notato qualche piccolo problemino alla flussimetria ma nulla che non potesse essere risolto con una semplice compressina da assumere quotidianamente. Visto che ormai avevo superato il quinto mese di gravidanza e decidemmo di andare un pò in giro per scegliere tutto l’occorrente per l’arrivo della piccola. Allora mi alzo dal letto, vado in bagno ma noto una piccola macchiolina rossa sugli slip, erano delle perdite in gravidanza??? Ero già stata tranquillizzata al riguardo, stavo assumendo un fluidificante per il sangue e la cosa poteva succedere. Per scrupolo, però, prima di immergerci tra portanfan, corredini e tutine decidiamo di fare un salto in clinica per una visita veloce. Ci prepariamo e, abbastanza rilassati, andiamo in clinica. Al pronto soccorso ostetrico, dopo una visita veloce ma approfondita, la dottoressa mi dice: devo ricoverarti, sei solo a 26 settimane e non hai quasi per nulla liquido amniotico. La bambina sta bene, è in perfetta salute, la perdita che hai avuto non rappresenta nessun problema, un semplice capillare che si è rotto; ma 26 settimane sono troppe poche.

In quel momento mi spaventai sul serio, chiamo la mia ginecologa, che per me è stata come una mamma oltre che un medico, e lei cerca di rasserenarmi dicendomi: ci sono gravidanze che arrivano a termine anche in queste condizioni, però dobbiamo tenere la situazione sotto controllo.

Mi tengono ricoverata qualche giorno, nei quali mi iniziano una cura di eparina e poi mi rimandano a casa con l’impegno di continuare la cura.

La mia ginecologa chiede di vedermi dopo appena una settimana dalle dimissioni. A quella visita mi tranquillizza abbastanza, però mi fissa dei controlli ravvicinati; a 29 settimane mi anticipa l’ecografia del terzo trimestre che già avevamo fissato per le 33 settimane. Così riuscì a rimandarmi a casa con la sensazione che qualcosa stesse migliorando e spiegandomi che in clinica non potevano farmi nulla in più rispetto a quello che potevo fare a casa.

Giunge il 26 febbraio, giorno dell’ecografia del terzo trimestre. Io e mio marito ci rechiamo nello studio medico e inizia una lunga, lunghissima ecografia silenziosa. L’assistente del dottore posa l’ecografo, vede il mio volto impaurito, mi dice che posso stare tranquilla e va a chiamare il dottore il quale arriva e ricomincia daccapo una lunga, lunghissima ecografia silenziosa. Al termine dell’ecografia il dottore ci guarda in viso e con voce seria ci dice: la bambina al momento sta bene, ho controllato tutti gli organi ed è in perfetta salute per le sue settimane gestazionali. Il problema è che è la flussimetri uterina si è alterata, manca il liquido amniotico ed è piccolina, porta tre settimane di ritardo di crescita. Quando nascerà non sarà molto più grande di così, recatevi in un ospedale con una buona Terapia Intensiva Neonatale. Fu in quel momento che il mondo ci crollò addosso, mai nessuno mi aveva parlato di parto prematuro prima di quel momento. Mi chiese quale dottore mi seguiva e mi tranquillizzò dicendomi che stavo in buone mani sia dal punto di vista professionale che come struttura ospedaliera. Per lui quest’informazione fu importante, io ne ho capito l’importanza solo qualche mese dopo.

Usciamo da quella porta confusi, chiamo la ginecologa la mia dottoressa la quale mi dice: devi venire subito in clinica per un monitoraggio stretto della gravidanza.

Il mio lungo ricovero prima del parto prematuro

Passiamo per casa, prendiamo l’occorrente e andiamo in clinica. Li trovo la mia dottoressa la quale non era sorridente come al solito e mi dice: hai una gravidanza ad alto rischio, inizieremo la terapia per la maturazione polmonare della bambina. La situazione è precipitata molto velocemente. Spero di arrivare a 32 settimane prima di far nascere la bambina ma, con questo trend, non credo che supereremo 10 giorni. Ogni giorno che passa è un giorno in più.  In quel momento di crollò il mondo addosso, di nuovo. In un unico giorno mi era stato detto per due volte che la mia bambina sarebbe nata con un parto prematuro.

Da quel giorno è iniziato il mio ricovero fatto di 3 tracciati al giorno e due ecografie settimanali più altre extra all’occorrenza. Chiesi di parlare con il neonatologo il quale mi disse: Se nascesse oggi avrebbe l’80% di probabilità di sopravvivenza. A quest’epoca gestazionale la cosa che più preoccupa è la scarsa maturazione polmonare, ma siamo pronti a tutto. Ogni giorno che passa aumenta la probabilità di sopravvivenza, stai serena.

In reparto si è formò una famiglia composta dalle infermiere e altre mamme ognuna con le proprie difficoltà e tutte con un lungo ricovero davanti e/o alle spalle, quelle che venivano solo per partorire venivano sempre guardate con occhio brutto, ma forse si trattava solo di invidia. In clinica la giornata era strutturata così: sveglia la mattina con la colazione – tracciato – una pennichella o una visita alle vicine di camera – pranzo – visita dei parenti – tracciato – merenda – una pennichella o una visita alle vicine di camera – cena – visita dei parenti – tracciato e a nanna. In questo modo, tutto sommato i giorni scorrevano abbastanza velocemente e i fatidici 10 giorni di cui mi parlava la ginecologa trascorsero e, ringraziando Dio, li superammo di gran lunga. Mi era stato detto chiaramente che non sarei stata dimessa con il pancione (anche se si poteva parlare più di pancina), la flussimetria uterina alterata e la carenza di liquido amniotico rischiava di far andare in sofferenza fetale la bambina e da un momento all’altro e si sarebbe reso necessario un cesareo d’urgenza.

I giorni passavano e la ginecologa, ripeto, come una mamma oltre che professionista, mi inviava sms con scritto è passato un giorno in più! Durante il mio ricovero, anche se a volte mi è capitato di piangere, ho cercavo di essere sempre abbastanza positiva e dopo aver superato quei fatidici 10 giorni e poi le tanto spesate 32 settimane, alternavo momenti in cui ero convinta che la mia gravidanza sarebbe arrivata al termine e momenti in cui mi chiedevo perché non la facevano nascere se aveva superato le 32 settimane.

Il momento del parto prematuro

Una mattina, mentre ero in camera di una ragazza che, come me, aveva un lungo ricovero alle spalle, ormai erano passate quasi quattro settimane, viene a chiamarmi la mia ginecologa. Mi prende per mano, mi fa sedere sul letto e mi dice: la bambina sta bene, i tracciati sono ancora abbastanza buoni, ormai siamo a 33 settimane e… senza giri di parole, diventa troppo pericoloso farla stare ancora li, domani nasce! Li mi crollò il mondo addosso per la terza volta e iniziai a piangere.

Chiamai mio marito per dirglielo e chiesi a lui di chiamare tutti i familiari per informarli, io non ce l’avrei fatta a parlare.

Il giorno seguente arrivò molto velocemente, ero impaziente, se doveva nascere allora andava fatto il più presto possibile, l’attesa mi agitava. Vennero in camera le infermiere della sala operatoria, mi preparai e mi portarono giu. Li trovai la mia dottoressa la quale non mi ha mai lasciata sola un attimo. Mi chiesero che anestesia preferivo, scelsi di restare sveglia, dovevo capire come stava la mia bambina. Mi prepararono e iniziarono il cesareo. Non so quanto tempo durò, so che appena tagliarono il cordone ombelicale sentii una per un attimo, un istante una vocina flebile, non era un pianto, era più un gemito. La dottoressa oltrepassa il telo e con un sorriso smagliante mi dice: è nata! E io: come sta? E lei: è una tosta!

Finì il cesareo, tolsero il telo, speravo di trovarla li, in incubatrice ma accanto a me. Invece no, non ci stava, l’avevano subito trasportata in TIN per le cure del caso. Ci rimasi male, malissimo, sapevo che non avrei potuto sentire il suo calore sul mio petto, ma almeno vederla in quella scatola che aveva sostituito il mio ventre; purtroppo non fu così.

I giorni seguenti al parto prematuro

Per vederla dovetti attendere il giorno successivo, 24 lunghe ore in cui tutto ciò che avevo visto era solo qualche fotografia. Era bellissima, tutti i bambini sono belli ma lei lo era di più.

Mio marito fu fortunato perchè dopo poco che è arrivata in TIN lo fecero entrare, di questo sono felice.

Il giorno del parto passò velocemente

La sera inizia a tirare il latte, era tutto ciò che potevo fare per aiutare la mia piccola. Il giorno successivo chiesi di alzarmi dal letto, dovevo andare a vedere la mia piccola! Così fu. Mio marito passò a prendermi e insieme scendemmo in TIN. Aprirono la porta di quel mondo parallelo, li c’è un silenzioso rispetto, le mamme hanno la precedenza, i papà aspettano. Mi fecero passare avanti ma io aspettai mio marito, avevo bisogno che mi accompagnasse lui. Dopo aver accuratamente lavato e disinfettato le mani, lasciato gli oggetti personali in armadietto e messo il camice, mi raggiunse, mi prese per mano e mi disse: sei pronta? E io: si!

Non so cosa pensai la prima volta che la vidi, non potevo prenderla in braccio anche se in realtà avevo paura di toccarla. La accarezzai con un dito quasi come se potesse rompersi. Tutto ciò che facevo era… guardarla. Parlammo con la neonatologa di turno la quale ci disse che stava bene, anche se i primi 7/10 giorni sono quelli più delicati, comunque respirava senza aiuti e questo era un enorme indicatore positivo. Senza saperlo avevamo di fronte a noi una guerriera, pesava appena 1480 g ma aveva una meravigliosa forza.

Anche in TIN, ringraziando Dio i giorni trascorsero velocemente e, riflettendoci oggi a distanza di 10 mesi, senza particolari intoppi. Passarono 30 giorni e quando ci dissero di portare le tutine, rimanemmo a bocca aperta, non ne avevamo ancora comprate (ah si non l’ho detto, da quel 27/01/19 non eravamo più andati a comprare nulla)! I giorni fuori dall’incubatrice passarono e si alternavamo sensazioni di paura mista a gioia, il momento delle dimissioni si avvicinava sempre di più.

Il ritorno a casa

Finalmente un giorno appena arrivati in TIN ci dissero: domani torna a casa! Credo sia stata una delle frasi più belle che io abbia ascoltato durante quei lunghi 65 giorni. Infatti così fu, dopo ben 35 giorni di Terapia Intensiva Neonatale, la nostra piccola è venuta a casa con noi!

Il nostro primo appuntamento

primo appuntamento

Mi chiamo Marco, sono fidanzato da circa 10 anni e sono un assiduo frequentatore di siti d’incontri. Questo perché amo le donne e, soprattutto, fare sesso con loro. Senza freni e inibizioni.

Con la mia partner sto bene. Non posso negarlo. Ma non da quel punto vista. Infatti, con il passare degli anni, la passione è quasi del tutto svanita e i nostri rapporti sessuali sono sempre meno frequenti. Naturalmente, ciò mi rende molto insoddisfatto e mi spinge a cercare emozioni online, con la speranza di riuscire anche a ottenere un reale incontro e di poter soddisfare pienamente tutte le mie voglie.

Conoscere in chat donne focose di Milano è diventato piuttosto semplice per me.

Ho perso il conto delle volte che sono riuscito a ottenere un appuntamento con una di loro. Si sa, tutte loro sanno come sedurre un uomo ma qualche mese fa, mi è capitata un’esperienza degna di nota. Inusuale e davvero molto eccitante. Al punto che, per la prima volta, ho deciso di organizzare un secondo incontro. Ho sempre cercato di evitare complicazioni, ma in quel caso ho dovuto fare un’eccezione.
Quel giorno, c’eravamo dati appuntamento nel suo appartamento a due passi da piazza San Babila. Un’elegante mansarda, con le pareti dipinte completamente di rosso e un letto king size che, da subito, non ho potuto fare a meno di notare.

Inutile dirvi che appena l’ho visto mi sono immediatamente proiettato verso di esso, passandomi per la testa mille scene di sesso sfrenato da consumare sotto le sue soffici coperte, in compagnia di Nina. La donna più bella che io abbia mai visto.
Conoscevo già, grazie alle numerose foto che mi aveva mandato, il suo viso angelico, incorniciato da dei lunghissimi capelli neri e quel magnifico corpo, un’esplosione di forme che, non aspettavano altro che essere strette con forza dalle mie grandi mani. Quando, però, me la ritrovai davanti, rimasi ancora più colpito dalla sua bellezza, ma soprattutto dalla sua sensualità.

In un attimo, eravamo già distesi su quel king size, che non sembrava più così grande, dalla voglia che avevamo di rotolarci sopra e di provare qualsiasi posizione ci venisse in mente.

La mia bocca si fondeva con la sua. Da quelle morbide e rosee labbra carnose, umide e tremanti, sentivo emettere dei gemiti di piacere e la mia voglia di far incastrare i nostri vogliosi corpi cresceva sempre di più.

Con lei, ebbi il mio primo vero orgasmo anale.

Non mi vergogno a dirlo. Avevo sempre immaginato e desiderato ardentemente nella mia testa l’arrivo di quel momento e, con lei, è stato più intenso del previsto.
Dopo avermi fatto posizionare a pecorina e avere indossato un enorme strap-on, che quasi temevo potesse farmi male, Nina iniziò a leccarmi il buco del sedere.
La sua lingua, colma di saliva, bagnava il mio culo con tale passione, che rischiai di venire prima ancora della penetrazione. Ma per fortuna ho resistito. Perché il bello doveva ancora arrivare.

Improvvisamente, sentii l’ingresso prepotente di quel gigantesco dildo che, in un attimo, mi invase completamente il retto.
Un incontenibile senso di piacere cresceva dentro di me e, dopo qualche minuto di ripetute spinte, Nina iniziò a segarmi il cazzo. Prima, molto lentamente, fino a riuscire a sincronizzare il ritmo delle sue mani con quello delle spinte.
Non so nemmeno io come fui in grado di resistere per quasi 10 minuti.
Mi sentivo inerme. Invaso da un fuoco e un’eccitazione così grande, che mai avevo provato prima.

Un’esplosione di piacere, così intensa da lasciarmi senza forze e fiato, mi colse impreparato, facendomi gridare come un animale e bagnare le mani di Nina e quel letto, che ormai era diventato troppo piccolo, del mio caldo e abbondante sperma.

In giro per l’europa: vi racconto cosa visitare low cost

cosa visitare low cost

Mi svegliai quella mattina con un misto di paura e adrenalina che mi scorreva nelle vene. Vero, avevo pianificato a lungo il mio viaggio, ma tutte le precauzioni che avevo preso nei mesi passati mi sembravano inutili e superflue. Era tutto iniziato per gioco: ero al tavolo di un bar con Stefania, una mia vecchia compagna di liceo, e parlavo delle mie esperienze davanti ad un buon caffè. Le raccontavo di come volessi cambiare vita e fare un’esperienza “al limite”, di quelle che sono capaci di aprirti la mente e cambiarti nel profondo. Volevo viaggiare! E lei mi ha sfidata, con un sorriso a trentadue denti. E così mi sono messa alla ricerca, sul sito bloggaviaggio.com, delle mete che mi sarebbero maggiormente piaciute, quelle più curiose, intriganti e lontane dalla mia cultura. Avevo deciso di viaggiare per sei mesi, prima in Europa, poi – dicevo fra me e me – si vedrà! E così, senza troppe aspettative, mi sono lanciata in un’avventura zaino in spalla. Una di quelle avventure che sembrano da film hollywoodiano. E così, quella mattina mi alzai di buon ora, guidai per un’oretta fino all’aereoporto di Bergamo Orio al Serio e presi il mio primo volo. Destinazione: Lisbona!

Ho girato tutta l’Europa, dal nord al sud, dall’est all’ovest. Ho vissuto in differenti città, visitato metropoli e dormito in campeggi improvvisati nel cuore delle Fiandre. Ho passeggiato lungo il muro di Berlino e mi sono commossa davanti alla bellezza dell’oceano portoghese. Posso dirvi per certo che la birra irlandese è la migliore che abbia mai provato, e che le gallerie d’arte viennesi sembrano appartenere ad un’altra epoca! Ma andiamo con ordine!

Immagino che molti dei miei lettori siano arrivati qui per pura curiosità o magari perchè desiderano vivere un’esperienza simile. Non avevo mai viaggiato prima, e devo dire che non è mai troppo tardi per pianificare la propria avventura! Prenotare i propri spostamenti in anticipo è un ottimo modo di tenere traccia delle proprie spese e allo stesso tempo essere certi di non ricevere brutti imprevisti. Se desiderate girare l’Europa ci sono tantissimi metodi che vi consento di acquistare dei “pacchetti di viaggio” da spendere liberamente in base ai vostri gusti. Sicuramente avrete sentito parlare dell’Interrail, un ticket cumulativo con cui viaggiare in treni diurni e notturni in molteplici città europee!

Quando decisi di volare in Portogallo ero molto inesperta, e per le prime settimane soggiornai in una guest house nel caratteristico quartiere del Bairro Alto. Parlando con altri backpackers (viaggiatori zaino in spalla) come me, però, venni a conoscenza di una soluzione molto più economica ed interessante: gli ostelli della gioventù! Superiamo lo stereotipo di bettole da incubo piene di insetti e bagni da autogrill! Non solo gli ostelli sono delle vere e proprie perle situate spesso nel cuore della città, ma offrono differenti alternative di dormitori in condivisione – con bagno interno o in corridoio – adatte a tutte le tasche. Inoltre, dotati di spazi comuni e giardini interni, sono il luogo migliore per incontrare altri viaggiatori con cui condividere qualche giorno della propria esperienza!

Inoltre, quando dopo due mesi di viaggio, mi ritrovai nella fredda Danimarca, ebbi modo di venire a conoscenza di un altro interessante servizio: Couchsurfing. Si tratta di un sito in cui moltossimi hosts mettono a disposizione il loro “divano di casa” (couch, appunto) gratuitamente, in cambio di una bella chiacchierata o di una passegiata in centro città. Il bello della condivisione a portata di click! Il sito è pieno zeppo di recensioni che vi aiuteranno ad orientarvi nella scelta migliore per voi!
Per gli amanti dei viaggi “lenti” invece, non c’è niente di meglio che trovare l’esperienza perfetta su siti quali Workaway, Worldpackers o WOOF! Si tratta di piattaforme che – a seguito di un’iscrizione annuale – vi metteranno in contatto con differenti strutture. In cambio di vitto e alloggio potrete così lavorare in un ostello, o aiutare come babysitter o ancora soggiornare in una fattoria! Ce n’è per tutti! Non resta che fare la valigia, armarsi di coraggio e intraprendenza e partire!

Il mio primo cane di razza, vi racconto la mia esperienza

cane di razza

Da anni la mia famiglia aveva intenzione di acquistare un cane, ma come per tutte le decisioni importanti da prendere, ognuno aveva delle richieste differenti. A partire da mia sorellina più piccola, Elisa. Lei voleva prendere a tutti i costi un cane di razza Shin Tzu. Un cane non molto comune dalle nostre parti ma, dopo averlo visto in un film, si era completamente innamorata di questa razza. Poi mia madre, che parteggiava un po’ per la richiesta di mia sorella, senza mascherare il fatto che non era convinta pienamente dell’adozione di un cucciolo, soprattutto perché il suo pensiero ricadeva già sulle pulizie e su quanto il cane avrebbe potuto sporcare la casa. Infine, siamo rimasti io e mio padre, avevamo più o meno la stessa idea e cioè quella di adottare un cane di razza di grandi dimensioni. L’unica nostra indecisione era tra un Mastino napoletano oppure un Labrador retriever.

Alla fine ci rechiamo da un amico di famiglia che gestisce un negozio di animali, specializzato nella vendita cani di razza, per scegliere il cane giusto per la nostra famiglia. Entrati nel negozio, mia sorella scopre che, purtroppo per lei, non ci sono Shin Tzu disponibili e subito scoppia in lacrime dicendo che lei non vuole nessun’altra razza di cane. Alla fine convinta da mia madre si decide a rientrare nel locale e tutti insieme iniziamo a vedere le varie razze in esposizione. Il proprietario del negozio, essendo un nostro caro amico, decide di accompagnarci lungo le vetrate in cui sono esposti e, per ogni cane, ci racconta tutte le caratteristiche della razza e la loro storia. Ad un certo punto ci ritroviamo di fronte ad un Beagle di otto mesi bianco con chiazze marroni. A primo impatto questo cane colpisce tutta la famiglia, si sa che i cuccioli sono sicuramente i cani che destano più clamore, specialmente ai bambini ma, in questo caso, tutta la mia famiglia si è già innamorata del piccolo Beagle. Chiediamo subito, quasi in coro, al proprietario di raccontarci qualcosa in più del cagnolino. Inizia subito a raccontarci i dettagli di questo animale, la sua grande attitudine a stare a contatto con la famiglia grazie alla sua gentilezza. Inoltre ci rassicura sul fatto che è un cane molto docile, che non presenta sbalzi di umore i quali potrebbero causare azioni aggressive; elemento fondamentale per un cane che deve stare a contatto con dei bambini. Proprio questa caratteristica convince i miei genitori: il piccolo Beagle è il cane da portare nella nostra famiglia. Dopo una decina di minuti, ci convinciamo tutti e decidiamo di portare il cucciolo di Beagle a casa nostra.

Una volta arrivati a casa inizia la fase cruciale, che sicuramente è una delle fonti principali di discussione, che segue l’acquisto di un cane: come lo chiamiamo? A quel punto casa nostra sembrava la curva ultras di una tifoseria sportiva. Ad un certo punto ci convinciamo tutti all’idea proposta da mia sorella, decidiamo di chiamarlo Tom II, in memoria di un nostro coniglietto scomparso alcuni mesi prima.

Una volta stabilito il nome del cane, iniziano le raccomandazioni da parte dei nostri genitori. Inizia mia madre con alcune frasi, dette in modo benevolo ma con un filo di minaccia se non rispettate, riguardanti la pulizia del cane e della casa. Poi nostro padre che ci raccomanda di tener cura del cane anche in futuro quando il piccolo Tom II non sarà più una novità in famiglia.

Il primo periodo di Tom II in casa passa con momenti di alti e bassi. I lati positivi riguardavano sicuramente avere un amico in più all’interno della famiglia, questo perché Tom II si è rivelato un grandissimo amico dell’uomo e in questo caso di tutta la famiglia. Per quanto concerne invece i lati negativi dobbiamo parlare dei bisognini di Tom II. Infatti, io e la mia sorellina ci abbiamo voluto circa tre mesi per insegnare al cucciolo le buone maniere e quindi di andare ad espletare i propri bisogni nel giardino dell’abitazione.
Per concludere voglio assicurare che avere un cane all’interno della propria famiglia può portare solo dei vantaggi. Oggi Tom II ha sei anni e insieme ci divertiamo come dal primo giorno.

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